IL TRADITORE

Primo tentativo cinematografico di raccontare le vicende biografiche del mafioso e pentito Tommaso Buscetta, a partire dal 1980 (cioè quando Don Masino ha 52 anni) fino al 2000, anno della sua morte (per malattia). Si tratta di uno dei fuorilegge più controversi della storia nostrana contemporanea. Affiliato alla mafia dall’età di 16 anni, è stato capace di accusare (con le sue confessioni) un personaggio come Giulio Andreotti.

   Buscetta viene presentato dal regista Marco Bellocchio come un criminale moderno ma, nello stesso tempo, “all’antica”. Moderno perché ama la bella vita (brasiliana), le donne, i divertimenti ed è convinto che la mafia non debba prendersi tutta l’esistenza di un uomo: la vita e i soldi bisogna anche saperseli godere! Ma, nello stesso tempo, è ancora profondamente legato ad un’idea di mafia tradizionale, quella mafia che non toccava donne, bambini e parenti innocenti, quella fatta di boss poveri che difendevano la povera gente, quella che ha ancora un po’ di pietà e di sentimenti, quella per cui la parola data si mantiene fino alla morte.

   È lo stesso Buscetta che, durante il film, ripete più volte che non è stato lui a tradire i suoi “compagni” (collaborando con la giustizia), ma sono stati i nuovi boss a far morire la mafia: loro l’hanno uccisa, mentre lui rimane sempre un uomo d’onore.

   L’attore Pier Francesco Favino (premiato per la sua interpretazione col Nastro d’argento) porta in scena un personaggio che, nonostante le contraddizioni, appare sempre solido e con una gran dignità, solo e praticamente senza amici, capace di convivere (fino all’ultimo giorno di vita) con la paura di essere ucciso, in casa sua come al ristorante, come in mezzo ad una strada, in grado di provare rimorsi (per non essere riuscito a difendere due suoi figli, uccisi da vendette trasversali); e con un grande sogno, comune a tanti uomini semplici: poter morire (di morte naturale) nel letto di casa propria.

   Una stretta di mano fra il soldato della mafia Buscetta e Giovanni Falcone suggella la collaborazione fra i due, una delle più proficue di tutta la storia dei processi di mafia in Italia: una collaborazione fatta di rispetto, di onestà, a tratti persino di “complicità”: “Dottor Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima, lei o io…”; e la risposta del giudice: “Non mi fraintenda, ma ho più paura dello Stato che della mafia…”.

   Due sequenze su tutte rimangono nella memoria di chi guarda questo film: la scena dell’omicidio di Falcone, vista dagli occhi dell’agente della scorta (seduto sul sedile posteriore della Fiat Croma e miracolosamente sopravvissuto) e quella dell’arresto del boss Riina, rocambolesca quanto inquietante, nei pressi di una banale rotatoria, nel centro di Palermo.

   Bellocchio ci regala anche due citazioni prese da due capolavori del genere gangster: Buscetta che battezza suo figlio in Brasile, mentre a Palermo i suoi compagni vengono assassinati (Il battesimo di fuoco da Il Padrino I); gli ultimi attimi di vita del Boss dei due mondi, solo e seduto su una seggiola (la morte di Michael Corleone ne Il Padrino III).

   Consigliato agli amanti dei film di mafia e della cronaca giudiziaria degli anni ’80 e ’90. 

   Voto al film: 8 e mezzo.