Il nuovo romanzo di Fabio Pollio, “Torera”

“La protagonista del romanzo è Mercedes, una donna, che dopo aver vinto un grave male che l’affligge dall’età adolescenziale, di cui seguiamo gesti, respiri, movimenti, sudore e sangue, una donna – dato da non trascurare – addomesticata dagli eventi negativi, che ad ogni pagina ricorda il monito di André Bay (“che il tuo guscio sia molto duro per permetterti di essere tenero”). Mercedes, dalla corazza – quasi – impenetrabile, capace di nascondere un nucleo sconosciuto ai più, un magma ribollente di passione, esorcizza nel rito solenne le forze negative che minacciano di fagocitarci come cupo uroboro, personificando l’aforisma nietzschiano “quod me nutrit, me destruit”. La torera sostiene e dimostra che importante non è evitare la caduta, tipicamente umana, ma sapersi rialzare (mi permetto di aggiungere che ciò non vale per tutti, ma soltanto per chi ha la fortuna di poterlo fare).La donna diviene, così, l’emblema di tutte le guerre – soprattutto di quelle ritenute inaccettabili –.E quale battaglia sa essere più spietata se non quella che combattiamo tra la vita e la morte – non suo contrario, bensì sua sublimazione –, ogni giorno, dentro di noi? García Lorca, in Duende, scrive che “la Spagna è l’unico paese dove la morte è lo spettacolo nazionale, dove la morte suona lunghe trombe all’arrivo di ogni primavera”. E non c’è morte più vitale di quella della corrida, esaltazione della finitudine umana – dunque animale –, dove la morte viene sconfitta in un atto di sempiterno vitalismo, un atto effimero, ma non per questo meno glorioso. Il gesto che uccide (“ahora matalo”) non si può svilire a mera battaglia tra due contrapposte entità, ma diviene, così, gesto vitale, dominio della morte necessario per far vincere la vita”.

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